domenica 6 novembre 2016

Catullo, VIII

Allegorie, metafore e, più in generale, le figure retoriche ci hanno insegnato a guardare sempre un passo più in là delle parole che pronunciamo, che leggiamo o ascoltiamo.
Il narratore poi, ci costringe a convivere con la presenza o assenza di chi ci racconta una storia, a indovinarne i caratteri, le particolarità espressive.
Ma altro è infrangere la dimensione dell’inchiostro e chiedersi chi fosse il destinatario, dargli un volto, attribuirgli un’emozione.
Amata nobis quantum amabitur nulla, ripete e riscrive Catullo: sciocco è stato pensare ad un rimprovero, a un volgare rigetto di quanto si è dato e si è amato. Oltre, in una sera di pioggia, la soluzione: arriverà per Lesbia, arriva per tutti, il momento in cui realizzare che quanto si è perso non tornerà indietro, in cui si penserà con lusinga e nostalgia all’amore che così generosamente ci è stato dato.
Un’apostrofe in versi non è sufficiente a ricostruire i pezzi di una storia, ma guardiamo le foglie ingiallite in giardino, splendenti soli torneranno nel cielo a primavera e nel cuore: una similitudine può, deve pur aiutarci.



Fulsere quondam candidi tibi soles

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