martedì 23 agosto 2016

Il nostro amore è come Bisanzio

Henrik Nordbrandt, Il nostro amore è come Bisanzio, a cura di Bruno Berni, Donzelli editore, Roma 2000.

I testi raccolti in Il nostro amore è come Bisanzio, provenienti da più raccolte di Henrik Nordbrandt, si presentano come una mappatura in versi. Diventano luoghi, tra le righe, i cammini in terre straniere, ma si fanno diramazioni nello spazio anche i sentimenti e i ricordi.
Prima via percorsa dall’autore per tracciare questo planisfero di esperienza e dare corpo anche a quello che apparentemente concreto non è, è tentare di affermare ogni tipo di assenza, rendere positivo e asseverativo qualcuno, qualcosa che ci sfugge. In Strumenti si legge «Non so cosa mi ferisca di più:/ la tua ombra precisa/ che si intromette nella mia vita/ come uno strumento/ tagliente coi barbigli/ oppure i giorni/ aperti e luminosi che hai davanti»: ciò che non si è capito o che non si è provato fa da contraltare a tutto il bagaglio di ricordi che il poeta si porta con sé e la presenza di una realtà che ci sfugge, in questo caso il futuro dell’altro, si fa piano largo nella geografia dei versi.
In questo gioco di bilance e di contrappassi prendono vita gli spazi e le loro misurazioni che collochino, o almeno aiutino a collocare, ciascuna delle parti della nostra vita in un rapporto di maggiore o minore distanza dal punto da cui decidiamo di guardarle.
Ragionare in termini di avvicinamento o allontanamento dai luoghi è la metafora con cui  Nordbrandt raggiunge volti, sensazioni, il tempo stesso dell’azione: gli amanti in Navigazione, come barche, «fanno a gara nell’azzurro/ (…)/ – senza che l’una mai/ cerchi di lasciarsi l’altra a poppa/ e senza che la distanza fra loro/ diminuisca né aumenti un po’».
Anche il corpo e la sua percezione sono rappresentati come conquista di un territorio, come lotta per il suo mantenimento, per la sua difesa: ma poco conta di questi sforzi quando i luoghi diventano vuoti e a restare sono misurazioni delle perdite. Alla domanda posta in Voglio possederti: «Come potrei altrimenti sapere/ cosa significhi perderti?/ In che modo/ misurare la tua assenza?», sembrano rispondere in coro gli oggetti e gli strumenti che sono in potere di evocare o preannunciare un mondo, come in non sono gli alberi da frutto: «che l’autunno è malinconico lo sai/ ma chi può nonostante tutto osservare/ una foglia di faggio purpureo che sfiora un segreto/ raggio di sole tardo e solo allora visibile/ senza al contempo scorgere i cesti di caglio/ che marci e in parte sfondati/ sembrano alludere all’assenza di qualcuno/ o a un imminente arrivo a lungo atteso». 
L’amore è descritto come il luogo per eccellenza in cui costruire case, porti, città, ma anche in cui assistere al loro crollo, come accade per la città di Bisanzio nella poesia che dà il titolo all’intera raccolta: «Quando mi volto verso di te/ nel letto, ho la sensazione/ di entrare in una chiesa/ distrutta dalle fiamme/ molto tempo fa/ in cui solo il buio negli occhi delle icone/ è rimasto/ piene delle fiamme che le hanno cancellate».
Sembra predominante la sensazione che qualcosa sia cambiato, sfuggito alla mappatura dei luoghi reali e non, del passato e dello sperato futuro, qualcosa che sia stato «ignorato mentre era qui», come scrive in In un porto del Mediterraneo. Ciò che è stato ci abbandona quando ci lasciamo, quando prendiamo congedo da qualcuno o da qualcosa, più difficile è però l’abbandono di tutto quello che poteva essere e non è stato, cioè della vita coniugata al condizionale passato: «sono queste le condizioni per chi/ pensa al passato» si legge infatti in assenza a Izmir.
Migrazioni, transumanze di luoghi e di ricordi: tutto «per evitare la morte a metà strada» tra le montagne e il mare. Il poeta sembrerebbe vivere quindi nella condizione di chi si ferma ad un passo prima dalla morte, solo per poterne preservare il pensiero, l’obiettivo, oppure un attimo dopo della sua scadenza, per rimpiangerla, come in Dovunque andiamo: «Dovunque andiamo, arriviamo sempre troppo tardi/ a ciò che siamo partiti per trovare (…) E in qualsiasi fiume ci specchiamo/ vediamo noi stessi solo dopo aver voltato le spalle». I versi finali concedono quasi una sosta, un posto da sentire nostro, dopo tanto vagare, per scrivere una Concisa biografia
Da questo interstizio e da privilegiato spettatore dei pensieri, da questa soglia fatta di movimenti nello spazio che niente possono contro il tempo, «ho preso spesso congedo», ci dice il poeta in Da questo luogo. Quella di Nordbrandt sembrerebbe quindi una sfida, tutta lirica, contro questa inevitabile spazialità della vita che è, in ultima istanza, sfida contro il tempo e la sua inafferrabilità: «è difficile trattenere le cose/ abbastanza a lungo da comprenderle bene/ – immagini, carte, brandelli di stoffa. E questo non vale solo per le cose/ ma anche per i sogni e i ricordi./ Volti che conosco affiorano/ in contesti che mi sono ignoti/ e così brevi che non li comprendo./ E il vento asciuga le mie lacrime/ prima che siano visibili sulla mia guancia».


La città dei liutai

Ogni volta che ritorni
potrei ucciderti per questo
– per invidia dello scenario
che non ho visto, il fiume
che si snodava per la città e poi fuori
in un paesaggio fiorito
a meno che non fosse un torrente di cavalli azzurri
la neve delle montagne e la lingua
degli indigeni, le barzellette ermetiche
che raccontavano sul loro re.
«La città dei liutai» ho spesso
battezzato il luogo in cui cerco
il rifugio preferito della tua anima
il sottobosco della tua malinconia, e lo strano
tono di luce sulla tua guancia
quello che mi fa impazzire alla fine dell’inverno
o in altre parole: della morte non so niente
ma tale impotenza attribuisco ai morti
tale desiderio senza oggetto
che nessun quadro può realizzarsi
nonostante la cornice, che è sempre presente:
tutta la notte scendendo il fiume
giacemmo comunque svegli sul ponte
ascoltando la musica d’archi
che giungeva a noi da invisibili rive.

Da La città dei liutai



Non stabilirti mai fra le montagne e il mare
ma corri avanti e indietro fra loro ogni giorno.
Avrai comunque nostalgia di un posto nell’altro
e così ogni volta eviterai la morte a metà strada.

da Il tremito della mano a novembre


non sono gli alberi da frutto

non sono gli alberi da frutto nel piovischio
a renderti triste, e nemmeno
il fatto che gli attrezzi sul prato bagnato
siano stati lasciati lì.

che l’autunno è malinconico lo sai
ma chi può nonostante tutto osservare
una foglia di faggio purpureo che sfiora un segreto
raggio di sole tardo e solo allora visibile

senza al contempo scorgere i cesti di caglio
che marci e in parte sfondati
sembrano alludere all’assenza di qualcuno
o a un imminente arrivo a lungo atteso.

Da I sette dormienti


Dovunque andiamo

Dovunque andiamo, arriviamo sempre troppo tardi
a ciò che un tempo siamo partiti per trovare.
E in qualsiasi città ci fermiamo
sono le case cui è troppo tardi per tornare
i giardini in cui è troppo tardi per trascorrere una notte di luna
e le donne che è troppo tardi per amare
a tormentarci con la loro impalpabile presenza.
E qualsiasi strada ci sembri di conoscere
ci porta lontano dai giardini fioriti che cerchiamo
e che diffondono il loro pesante odore nel quartiere.
E a qualsiasi casa torniamo
arriviamo a notte troppo tarda per essere riconosciuti.
E in qualsiasi fiume ci specchiamo
vediamo noi stessi solo dopo aver voltato le spalle.


da Partenze e arrivi

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