mercoledì 9 novembre 2016

Proprietà transitive

Con A uguale a B, in relazione a C, impariamo sin da piccoli a ragionare per transizione: i sillogismi ci aiutano ad accettare le apparenti incongruenze dei sentimenti, a creare linearità inaspettate tra gli eventi.
Ma, malgrado gli sforzi, le proporzioni non tornano, e le frazioni spaventano per l’abisso incolmabile tra la parte infinitesimale che resta di un tutto. 
Definizioni grammaticali non vengono in soccorso laddove il senso delle cose sembrerebbe oscuro: se ricordare, trattenere, amare, fanno transitare un oggetto, ma questo sfugge, svanisce con il tempo fino a scomparire, cosa resta se non complementi indiretti, innumerevoli preposizioni che tentano di colmare un’assenza?
Quando la logica non tiene, anche la matematica ammette le sue eccezioni, apre varchi di possibilità insperati, ci parla dell’infinito e ci illude che la linea retta del cuore, prima o poi, ci arriverà.

domenica 6 novembre 2016

Catullo, VIII

Allegorie, metafore e, più in generale, le figure retoriche ci hanno insegnato a guardare sempre un passo più in là delle parole che pronunciamo, che leggiamo o ascoltiamo.
Il narratore poi, ci costringe a convivere con la presenza o assenza di chi ci racconta una storia, a indovinarne i caratteri, le particolarità espressive.
Ma altro è infrangere la dimensione dell’inchiostro e chiedersi chi fosse il destinatario, dargli un volto, attribuirgli un’emozione.
Amata nobis quantum amabitur nulla, ripete e riscrive Catullo: sciocco è stato pensare ad un rimprovero, a un volgare rigetto di quanto si è dato e si è amato. Oltre, in una sera di pioggia, la soluzione: arriverà per Lesbia, arriva per tutti, il momento in cui realizzare che quanto si è perso non tornerà indietro, in cui si penserà con lusinga e nostalgia all’amore che così generosamente ci è stato dato.
Un’apostrofe in versi non è sufficiente a ricostruire i pezzi di una storia, ma guardiamo le foglie ingiallite in giardino, splendenti soli torneranno nel cielo a primavera e nel cuore: una similitudine può, deve pur aiutarci.



Fulsere quondam candidi tibi soles

domenica 9 ottobre 2016

Sidera

Formule e funzioni matematiche non dicono ancora per noi quale sia la giusta direzione dell’esperienza, a quale latitudine sia possibile collocare il passato, su quale pianeta il futuro.
Le pareti di una stanza o i muri di una città imparano col tempo a conservare ogni nostro gesto quotidiano, a registrare ogni minima variazione alla nostra abitudine: un percorso alternativo che allunghi piuttosto che accorciare, un posto diverso in cui studiare, leggere un romanzo e non poesia.
Ma nulla sono le eccezioni alla consuetudine in confronto ai cambiamenti silenziosi che covano per giorni con i passi, dentro il cuore: pezzi di dolore, di sfiducia e di pensato innamoramento si perdono via via con la stessa indolenza, lo stesso sforzo involontario di girare il caffè, passare una mano tra i capelli, chiudersi la porta alle spalle.
L’amore che viene in autunno ha il conforto del cielo, delle geometrie stellari: qualcosa che muta e insieme resiste nel blu, nelle stagioni più fredde.

venerdì 9 settembre 2016

Vera

Solo i proverbi ci rassicurano con esiti non incerti: bel tempo si spera se è rosso di sera, non piglia pesci chi dorme e l’erba voglio cresce solo nel giardino del re.
L’esattezza sta poi nella biologia: tessuti, arterie, organi con funzionamenti precisi e calcolabili con nessi di causa e conseguenza.
Eppure la nostalgia, l’amore puro e quello infelice, il rancore e piccoli attimi di serenità dicono di noi più del preciso conto dei battiti, dei respiri, e s’insinuano negli angoli, tra le cellule: corpo che infrange il vetro tra l’ossigeno e il sangue e qualsiasi appartenenza alla collezione della specie.
Diamo tempo al tempo, lasciamo il tempo che troviamo e non ci illudiamo delle rondini, dopo un inverno del cuore.


Con la costanza degli insetti
torniamo contro questa
luce che non si apre, che ci spezza
quanto ancora busseremo
al vetro che divide
l’ossigeno dal cuore?


Franca Mancinelli, da Pasta madre (Aragno, 2013)

martedì 23 agosto 2016

Il nostro amore è come Bisanzio

Henrik Nordbrandt, Il nostro amore è come Bisanzio, a cura di Bruno Berni, Donzelli editore, Roma 2000.

I testi raccolti in Il nostro amore è come Bisanzio, provenienti da più raccolte di Henrik Nordbrandt, si presentano come una mappatura in versi. Diventano luoghi, tra le righe, i cammini in terre straniere, ma si fanno diramazioni nello spazio anche i sentimenti e i ricordi.
Prima via percorsa dall’autore per tracciare questo planisfero di esperienza e dare corpo anche a quello che apparentemente concreto non è, è tentare di affermare ogni tipo di assenza, rendere positivo e asseverativo qualcuno, qualcosa che ci sfugge. In Strumenti si legge «Non so cosa mi ferisca di più:/ la tua ombra precisa/ che si intromette nella mia vita/ come uno strumento/ tagliente coi barbigli/ oppure i giorni/ aperti e luminosi che hai davanti»: ciò che non si è capito o che non si è provato fa da contraltare a tutto il bagaglio di ricordi che il poeta si porta con sé e la presenza di una realtà che ci sfugge, in questo caso il futuro dell’altro, si fa piano largo nella geografia dei versi.
In questo gioco di bilance e di contrappassi prendono vita gli spazi e le loro misurazioni che collochino, o almeno aiutino a collocare, ciascuna delle parti della nostra vita in un rapporto di maggiore o minore distanza dal punto da cui decidiamo di guardarle.
Ragionare in termini di avvicinamento o allontanamento dai luoghi è la metafora con cui  Nordbrandt raggiunge volti, sensazioni, il tempo stesso dell’azione: gli amanti in Navigazione, come barche, «fanno a gara nell’azzurro/ (…)/ – senza che l’una mai/ cerchi di lasciarsi l’altra a poppa/ e senza che la distanza fra loro/ diminuisca né aumenti un po’».
Anche il corpo e la sua percezione sono rappresentati come conquista di un territorio, come lotta per il suo mantenimento, per la sua difesa: ma poco conta di questi sforzi quando i luoghi diventano vuoti e a restare sono misurazioni delle perdite. Alla domanda posta in Voglio possederti: «Come potrei altrimenti sapere/ cosa significhi perderti?/ In che modo/ misurare la tua assenza?», sembrano rispondere in coro gli oggetti e gli strumenti che sono in potere di evocare o preannunciare un mondo, come in non sono gli alberi da frutto: «che l’autunno è malinconico lo sai/ ma chi può nonostante tutto osservare/ una foglia di faggio purpureo che sfiora un segreto/ raggio di sole tardo e solo allora visibile/ senza al contempo scorgere i cesti di caglio/ che marci e in parte sfondati/ sembrano alludere all’assenza di qualcuno/ o a un imminente arrivo a lungo atteso». 
L’amore è descritto come il luogo per eccellenza in cui costruire case, porti, città, ma anche in cui assistere al loro crollo, come accade per la città di Bisanzio nella poesia che dà il titolo all’intera raccolta: «Quando mi volto verso di te/ nel letto, ho la sensazione/ di entrare in una chiesa/ distrutta dalle fiamme/ molto tempo fa/ in cui solo il buio negli occhi delle icone/ è rimasto/ piene delle fiamme che le hanno cancellate».
Sembra predominante la sensazione che qualcosa sia cambiato, sfuggito alla mappatura dei luoghi reali e non, del passato e dello sperato futuro, qualcosa che sia stato «ignorato mentre era qui», come scrive in In un porto del Mediterraneo. Ciò che è stato ci abbandona quando ci lasciamo, quando prendiamo congedo da qualcuno o da qualcosa, più difficile è però l’abbandono di tutto quello che poteva essere e non è stato, cioè della vita coniugata al condizionale passato: «sono queste le condizioni per chi/ pensa al passato» si legge infatti in assenza a Izmir.
Migrazioni, transumanze di luoghi e di ricordi: tutto «per evitare la morte a metà strada» tra le montagne e il mare. Il poeta sembrerebbe vivere quindi nella condizione di chi si ferma ad un passo prima dalla morte, solo per poterne preservare il pensiero, l’obiettivo, oppure un attimo dopo della sua scadenza, per rimpiangerla, come in Dovunque andiamo: «Dovunque andiamo, arriviamo sempre troppo tardi/ a ciò che siamo partiti per trovare (…) E in qualsiasi fiume ci specchiamo/ vediamo noi stessi solo dopo aver voltato le spalle». I versi finali concedono quasi una sosta, un posto da sentire nostro, dopo tanto vagare, per scrivere una Concisa biografia
Da questo interstizio e da privilegiato spettatore dei pensieri, da questa soglia fatta di movimenti nello spazio che niente possono contro il tempo, «ho preso spesso congedo», ci dice il poeta in Da questo luogo. Quella di Nordbrandt sembrerebbe quindi una sfida, tutta lirica, contro questa inevitabile spazialità della vita che è, in ultima istanza, sfida contro il tempo e la sua inafferrabilità: «è difficile trattenere le cose/ abbastanza a lungo da comprenderle bene/ – immagini, carte, brandelli di stoffa. E questo non vale solo per le cose/ ma anche per i sogni e i ricordi./ Volti che conosco affiorano/ in contesti che mi sono ignoti/ e così brevi che non li comprendo./ E il vento asciuga le mie lacrime/ prima che siano visibili sulla mia guancia».


La città dei liutai

Ogni volta che ritorni
potrei ucciderti per questo
– per invidia dello scenario
che non ho visto, il fiume
che si snodava per la città e poi fuori
in un paesaggio fiorito
a meno che non fosse un torrente di cavalli azzurri
la neve delle montagne e la lingua
degli indigeni, le barzellette ermetiche
che raccontavano sul loro re.
«La città dei liutai» ho spesso
battezzato il luogo in cui cerco
il rifugio preferito della tua anima
il sottobosco della tua malinconia, e lo strano
tono di luce sulla tua guancia
quello che mi fa impazzire alla fine dell’inverno
o in altre parole: della morte non so niente
ma tale impotenza attribuisco ai morti
tale desiderio senza oggetto
che nessun quadro può realizzarsi
nonostante la cornice, che è sempre presente:
tutta la notte scendendo il fiume
giacemmo comunque svegli sul ponte
ascoltando la musica d’archi
che giungeva a noi da invisibili rive.

Da La città dei liutai



Non stabilirti mai fra le montagne e il mare
ma corri avanti e indietro fra loro ogni giorno.
Avrai comunque nostalgia di un posto nell’altro
e così ogni volta eviterai la morte a metà strada.

da Il tremito della mano a novembre


non sono gli alberi da frutto

non sono gli alberi da frutto nel piovischio
a renderti triste, e nemmeno
il fatto che gli attrezzi sul prato bagnato
siano stati lasciati lì.

che l’autunno è malinconico lo sai
ma chi può nonostante tutto osservare
una foglia di faggio purpureo che sfiora un segreto
raggio di sole tardo e solo allora visibile

senza al contempo scorgere i cesti di caglio
che marci e in parte sfondati
sembrano alludere all’assenza di qualcuno
o a un imminente arrivo a lungo atteso.

Da I sette dormienti


Dovunque andiamo

Dovunque andiamo, arriviamo sempre troppo tardi
a ciò che un tempo siamo partiti per trovare.
E in qualsiasi città ci fermiamo
sono le case cui è troppo tardi per tornare
i giardini in cui è troppo tardi per trascorrere una notte di luna
e le donne che è troppo tardi per amare
a tormentarci con la loro impalpabile presenza.
E qualsiasi strada ci sembri di conoscere
ci porta lontano dai giardini fioriti che cerchiamo
e che diffondono il loro pesante odore nel quartiere.
E a qualsiasi casa torniamo
arriviamo a notte troppo tarda per essere riconosciuti.
E in qualsiasi fiume ci specchiamo
vediamo noi stessi solo dopo aver voltato le spalle.


da Partenze e arrivi

giovedì 18 agosto 2016

Litora

Il mare ci mostra ogni estate i venti, le maree del cuore.
Svuotiamo gli armadi, le librerie e gli scatoloni ci illudono di avere il conto esatto di tutto quello che portiamo con noi.
Ma il trasloco è un inganno e si perde nelle pareti bianche l’elenco delle cose che non si può rimpicciolire, come piccoli oggetti di vetro troppo fragili per la carta da imballaggio: le delusioni, i cambiamenti, i pensieri rimasti senza voce vanno aggiunti al costo dello spostamento e al tempo di risistemazione.
Le onde, più di noi, sanno star bene con tutto quello che c’è sul fondo, hanno la forza di portarlo a riva e aspettano una nuova luna per ricominciare.

sabato 6 agosto 2016

Algebrica

I poeti hanno mentito a lungo sulla luce dei tuoi occhi.
Credevo il passato e la geografia inattingibili: cerchiamo in ogni momento un calcolo, seppure piccolo, che renda il numero di noi sommati un tempo infinito di allontanamenti, di rifrazioni.
Solo l’indolenza può salvarci dalla resa, dal cinismo delle moltiplicazioni stagionali con il sole che ricorda ciò che brucia, la violenza dell’estate sui nostri cuori e sui gerani fragili.
Periodiche le traiettorie sugli atlanti delle nostre tenerezze, il riguardo per i tuoi polsi, per le tue gambe: penso ancora a te per divisioni di sogni ed è limite che tende a zero
la felicità.



Io che ho sempre adorato le spoglie del futuro
e solo del futuro ho nostalgia,
mai del passato,

Canzonette mortali, Giovanni Raboni.

martedì 28 giugno 2016

Tomi

I numeri non bastano, nella linea del tempo, a trattenere i ricordi. Come spilli lasciamo che sequenze di cifre in giorno mese anno fermino in noi il passato, ci rassicurino il futuro.
E se non esiste ciò che azione non è, dov’è il suono, l’esilio, l’amore che per anni abbiamo deciso di non dare, non darci?
Essere qui ed ora, poi, non cancella né può soprastare quello che siamo stati in un altrove: per rette perpendicolari ci muoviamo in un sistema cartesiano che fa di me e te due punti rintracciabili e infinitamente prossimali.
Ancora i risvegli a ricordarci del ritorno di quello che manca, del buio di cuori che invano abbiamo cercato di dimenticare: cadono i fiori con il sole dell’estate e si fa sera e mattina, alba e notte insieme se ci sei,
ci siamo?



L’esilio comunque è in questo non essere
intero mai, non esistente del tutto
nell’istante, e sempre distante
dal vero.

da Lettera  da Tinizong, Fabio Pusterla.

mercoledì 18 maggio 2016

Añoranza, a Parc Güell

Succede che qualcosa si rompa, si sgretoli dal soffitto polvere bianca.
Contiamo al calendario le perdite di ogni giorno come un anello, degli ombrelli, qualche amore. Ma solo le cose ferme ci ricordano dove siamo già esistiti: l’alba racconterà della tenerezza di noi ogni mattina e la pioggia lava per stagione le parole che abbiamo preferito non dirci in questi anni.
Se c’è una storia da ricomporre, pezzo a pezzo, è nel modificarsi delle orme che tracciamo: curiamo le crepe, i graffi, quelle sere che non sapremo mai raccontare e conserviamo piccoli tasselli di quello che manca, che è mancato.
Piangemmo insieme, anni fa, la morte di Sanguineti: questo, poco altro, nel mosaico della nostalgia.


se damore si vive, siamo vivi

E. Sanguineti  (9 dicembre 1930 - 18 maggio 2010)

domenica 24 aprile 2016

Realia

Il cielo è sempre violento con noi.
Ci illude che le cose possano passare come passano i colori dall’azzurro al rosso cupo.
Abbiamo resistito a lungo nel non dirci della malinconia delle domeniche pomeriggio: ci affezioniamo a colori di copertine, tazze sbeccate. scontrini stropicciati, qualche matita.
Miopi verso la cura degli argini e dei confini fragili della comunicazione speriamo che i bordi del cuore sfumino in un magenta delle sei, dopo il temporale.
Ma di aria siamo quasi e si fa esperienza, per caso, la finestra che chiude le nuvole più in là, prima della sera.
Hai paura del buio, tu?


«Abbiate cura degli argini,
se ancora lo potete. Custodite
i muri, i confini fragili.
Oltre è paura, è furia».

Fabio Pusterla, Bois de la folie.

lunedì 18 aprile 2016

Necessitudo

“Non perdere neanche un ricordo”. Anche il crudele avvertimento dei social al mattino mi parla di te.
Se potremo un giorno guardarci indietro senza alcun coinvolgimento, percepiremo ancora soltanto il confine, l’attimo che ci ha resi satelliti di un’assenza buia e senza necessità.
Nella grammatica della felicità, mi ha detto, bisognerebbe negare il condizionale passato: avremmo forse superato queste alluvioni, questi miei crolli del cuore?
Il cortile alla finestra mostra ogni sera le luci di una vita che sfugge alla normale legge del tempo: i gatti sembrano lì da sempre, guardano immobili le ombre, gli alberi, noi due che ci siamo cercati in un altrove.
Il passato, da pochi minuti, è solo remoto.

martedì 15 marzo 2016

Promemoria

La verifica del consumo di gas, prima di lasciare la casa, mi è sembrato l’ultimo adempimento per lasciarsi senza che nulla fosse non detto o stimato per eccesso nei resoconti della nostra storia.
Con quanta fretta dimentichiamo i colori del cielo dei momenti in cui siamo stati felici: a quel tempo cercavo i tramonti, i sobborghi e l’infelicità; ora, i mattini, il centro e la serenità.
Si fa algoritmo del dolore la disposizione dei mobili, la tavola apparecchiata (non più per cinque), le chiavi all’ingresso, la libreria.
Disattenzioni quotidiane ci informano poi della fragilità dell’amore: il mio operatore telefonico, per esempio, mi segnala con puntualità tutte le ricorrenze in rosso che non festeggeremo, da quando non ci sei.


Citazione corsiva di J. L. Borges, in Fervore di Buenos Aires, Prologo.

martedì 8 marzo 2016

Epica

Poco, niente, concede a noi il tempo, nelle vite degli altri.
Se la parola è un evento nell’irripetibilità della memoria e se solo le azioni e le virtù fanno di noi qualcosa di simile al ricordo, allora basti scrivere in poesia le viltà del nostro amore, le gesta eroiche del gatto, in soggiorno, tra le orchidee ancora al sole, il pudore delle comete, la notte in cui ci siamo allontanati.
Le ore in un museo, soltanto, non sembrano avere destino avverso e toccare la fine della luce, del tempo con te.


Perché perdere è così semplice
solo l’aver perso
così arduo
Hilde Domin


martedì 16 febbraio 2016

Gravitazionale

Basta così poco per superare le stelle, la loro fissità.
Siamo pianeti con anni luce alle spalle, nel buio, che raccolgono carezze non date, polvere interstellare, qualche cometa.
Ma gli universi sono tanti, mi imbecchi, e fin troppo il buio per poterti telefonare, parlare ad occhi aperti, usare dello zucchero nel caffè.
Un giorno mi lascerai e farai un figlio con un’altra. Sempre, sempre ti ripetevo:
poco, forse niente, si cura con il vuoto, dopo il Big Bang.


Citazione corsiva da Prima di sparire, Mauro Covacich, Einaudi 2008.

giovedì 4 febbraio 2016

Lettera IV

Caro Giovanni,
ancora altri due inverni e terminerà questa storia.
Ho provato a nascondere i suoi fogli sotto il letto, tra un libro e un altro sugli scaffali. Ho depistato per un po’ la polvere, il gatto.
Tento come posso di fare ordine tra i convincimenti, con l’idea che si possa, per esempio, tornare ad amare qualcuno senza paura alcuna.
La tua felicità, la tua resistenza alla mia inesistenza battono il cuore quando è triste e torna a bussare il pensiero di un errore, un grande errore di pronuncia, il tuo affetto.
Ti ammira mezza zolletta di zucchero, e una goccia di miele cade come oro sulle tue dita: chissà lui cos’ha in mente chissà in me cosa vede.
Chissà cosa ama se pure ama.




Citazione corsiva: La Bovary c’est moi I, Giovanni Giudici, da Autobiologia, in I versi della vita, Mondadori 2000.

venerdì 29 gennaio 2016

Ritualità

La necessità di abbandonarsi per sempre ha richiesto, nell’ordine, dolore, rabbia, gentilezza.
La cura che dedichiamo a una perdita si muove lungo l’onda della banalità delle abitudini, delle attenzioni quotidiane da lasciar cadere in un cassetto, nelle soffitte.
(Ho teso per lungo tempo gli occhi alla tua finestra, e l’illusione di saperti ancora sveglio coccolava la convinzione di conoscere la tua vita).
E se in due siamo stati davvero quello che oggi riusciamo a ricordare, cosa potrei dire del vuoto che scorgo chiudendo gli occhi nel cuore?
Ho deciso di essere gentile con te, con noi, e pensare con tenerezza al giorno in cui ho smesso di amarti e ho permesso alla dimenticanza di parlare di ciò che non siamo. Che non saremo più.
Era un rito, più di altri, il nostro non averlo detto mai.

lunedì 18 gennaio 2016

Pomeriggio

Un tavolino di un bar può far male se vuoto di noi, se sbeccate restano le tazze macchiate di un rossetto poco acceso.
I pomeriggi sono uguali per tutti, mi dico: eravamo così banali, così distratti nel rito del parlarsi, del ritrovarsi che quasi non ricordo se quel giorno fossero accese o spente le luci intermittenti di un albero, a Natale.
Il tempo della memoria, più di me, racconta il peso del passato: solo oggi ho visto le ortensie secche in giardino come specchio degli occhi spenti di mia nonna.
Lontanissimo, mi sembra, un principio di primavera.