venerdì 23 ottobre 2015

Lettera II

Caro Calvino,
tutto si rivela nella sua composizione ultima, più piccola e più insignificante e guardare le stelle non è più così d’aiuto come un tempo quando l’immensa incommensurabilità ci lasciava sperare in un ordine, in un’idea di insieme.
Ho cercato te, ieri, negli occhi di chi, di lì a poco, mi avrebbe amato, nelle parole che mi avrebbero scritto: un viaggiatore sa dove fermarsi, dove sentirsi a casa – mi hai detto sorridendo e muovendo in quel modo buffo la penna a mezz’aria.
Ho visto il tuo treno partire anche stanotte, ho implorato la nebbia di farsi insonne malinconia nel cammino.
Le more di rovo in fondo alla strada sanno ancora di buono, ricordi?


D.

lunedì 19 ottobre 2015

Lettera I

Caro Pavese,
la bontà che nasce dalla stanchezza di soffrire è un orrore peggio che la sofferenza.
Ho parlato di te, ieri, come se avessi ricevuto già risposta alle tante domande che ti ho posto e che ho appuntato ai margini dei fogli, sui tuoi pensieri.
Sarà sempre più raro, sempre più difficile sentirsi amati, compresi, d’ora in poi?
Pensavi agli alberi rossi, in autunno, quando scrivevi del mondo interiore che si fa forte di noi, dell’amore che possiamo? Ridi di me, lo so, mentre davanti al camino scrivi di Silvia.
Quanto vorrei essere lei, preparare il caffè di corsa al mattino, uscire dalla vita di un uomo all'improvviso,
soltanto per non abbandonarla mai più.

D.



Citazione corsiva tratta da Il mestiere di vivere, 20 febbraio 1938