martedì 28 luglio 2015

La vita dei bicchieri e delle stelle

La vita dei bicchieri e delle stelle
di Giuseppe Grattacaso
Campanotto Editore

Un desiderio di ordine e insieme di delicato scompiglio sembra potersi dire alla base della raccolta di Giuseppe Grattacaso: Non esiste modo di dare un senso al cielo inessenziale e sbilanciato, scrive l’autore, e contemporaneamente sembra forzare le sillabe nella direzione diametralmente opposta della sua sistemazione, della comprensione di un legame, di un ponte che faccia della quotidianità uno specchio, più o meno riconoscibile, di un quadro celeste più lontano e, non per questo, del tutto insondabile.
Il passo d’avvio per questa duplice indagine è un percorso che traccia confini, ripercorre i limiti del reale, dei gesti quotidiani per poi isolarne le forme e potersene servire come arma, scudo o semplice contraccolpo contro i suoni dell’universo: esplosioni, nascita e morte delle stelle, rotazioni costanti di corpi stellari.
Agiamo nello stretto di poche cose, si legge, ed in questa limitatezza l’autore cerca una traccia, una ruga, una imperfezione, uno screzio testimone della vita delle stelle, dei pianeti sopra di noi.
E poiché una catalogazione degli oggetti intorno – bicchieri, posate, sedie e poltrone – corre il rischio di confinarci nel mondo di ciò che non sappiamo, le poesie della raccolta ci guidano in modo centrifugo verso un mondo altro degli oggetti, girano intorno alle cose e ce le mostrano in una prospettiva che le renda vive di una profondità quotidiana, quasi avessero col tempo, con l’uso, rubato a noi un po’ di vita, un po’ di sentimenti. 
Un riparo per chi vive nella realtà delle cose tentando di conciliare gli spazi del cielo con quelli della casa e dell’anima, sembra essere nel tempo: Facciamo un poco meno, cosa importa / a tutti gli altri se facciamo meno, / ci alziamo un giorno, non partiamo in quarta, / ci stiracchiamo, ci guardiamo intorno / e quando sembra sia arrivato il tempo / per andare finalmente a spada tratta, / invece ancora un poco rallentiamo (…). Rallentare il tempo delle azioni, dei pensieri, ridurre all’osso le domande sull’universo lasciando che il solo guardare possa sbarazzarsi del superfluo e cogliere la “maglia rotta nella rete”, il pertugio privilegiato da cui guardare le cose mutare, evolversi o, semplicemente, esistere: Però che bello quando il mondo è fermo /immobile e granitico d’estate: / mortale fino a ieri, adesso eterno, / senza importanza appuntamenti e date leggiamo nella sezione finale, Quartine d’agosto, dove le stesse parole sembrano ridotte all’essenziale, epigrammatiche nelle loro intuizioni, immagini, potenzialità. 
Il tempo sospeso tra i riflessi del cristallo delle brocche, dei bicchieri nella credenza è il richiamo di una esistenza senza alcun confine nell’universo, di uno spazio e di un tempo più lontani che si toccano tra i bagliori di luce o tra le bave di vento nell’aria.
L’urgenza di una poetica dello sconfinamento che tuttavia resti sempre immanente, nell’al di qua delle cose, si fa in Giuseppe Grattacaso espressione piana e mai banale della bellezza di tutto ciò in cui è rintracciabile un inizio, una vita e, talvolta, una perdita irrimediabile: se nulla si crea, ma tutto non rimane, l’esplosione di una supernova ha quindi in scala su di noi la stessa incidenza, lo stesso effetto, di una tazza improvvisamente perduta, scheggiata dopo anni di quotidiano servizio tra le nostre mani, sulle nostre labbra.



Tanta bellezza e tanta disperata
materia si confonde e si consuma,
smarrita si protende su voragini,
precipizi di nebbia in cui vagare.
Se siamo stati stelle, polverosi
residui d’energia universale,
appiglio interstellare, carboncini
dispersi nello spazio in espansione,
chiediamo un buco dentro cui franare,
un imbuto nel cielo, un fondo nero
che ci ridoni la nostra parte eterna,
ci faccia ritornare vagabondi
proiettili sfiniti e senza scopo,
atomi di carbonio sfarfallanti,
di idrogeno d’azoto, finalmente
visioni di materia svaporata,
vita passata e dimenticata.
                     *
Beati si addormentano i cucchiai
ripensando alle bocche, ai caldi abbracci
timidi e sorseggianti, orizzontali
percorsi per le labbra prominenti,
la franchezza dei denti, giovinezza
del gesto d’equilibrio della mano,
il lento approccio verso il fiato umano,
la molle cerimonia della lingua
che attende abbandonata e consenziente.
Si distendono col capo reclinato,
rigidi e curvilinei, conservati
nell’ombra dei cassetti, tra i colleghi,
le forchette i coltelli, addormentati.

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