domenica 6 dicembre 2015

Sciarpe celesti

La fenomenologia degli affetti si esaurisce qui dove gli occhi non hanno che il vuoto da guardare.
Il suono del ferro trattiene la lana in un nodo che non stringe, ma lega la tua maglia alla mia, catena forte all’inverno.


se il cielo offuscandosi, e poi
schiarendo per un sole più forte,
ci saremo trovati
là dove vita e morte hanno una sosta,
A. Bertolucci, Portami con te
in Viaggio d'inverno, 1971


domenica 29 novembre 2015

Afterglow

Le altezze soltanto valgono a raccontare la persistenza di noi in questo inverno: gli stormi di uccelli che migrano incantano anche il vento, le tue lontananze.
Poche luci si mantengono oltre i tetti e i riverberi del tramonto dondolano il ricordo di un nostro incontro.
Sono, oggi, più sensibile alla studiata felicità (sola felicità possibile) di questi risultati che sembrano (devono sembrare) doni del cielo e implicano invece tutto un atteggiamento e un’esperienza.
Ho paura, da quassù, che niente tornerà indietro se non poche nuvole bianche, qualche stella e un’impercettibile sensazione di esattezza. 


Ci duole sostenere quella luce tesa e diversa,
quella allucinazione che impone allo spazio
l’unanime paura dell’ombra
e che cessa di colpo
quando notiamo la sua falsità,
come cessano i sogni
quando sappiamo di sognare.
Borges, Afterglow in Fervore di Buenos Aires, 1923.


Citazione corsiva dalla lettera di Calvino a Mario Socrate, Roma, 6 maggio 1982.


sabato 7 novembre 2015

Lettera III

Cara Agota,
ho superato anche io il confine: era notte fonda e le guardie mi urlavano di far presto perché mai avrei avuto il tempo di ritrovare il sentiero.
Sogno un poco, ma non veramente e reinvento il dizionario delle cose da non dire mai più: lealtà, amore, mandorle amare.
E se il dolore svanisce lungo il tempo dell’abitudine, se scrivere può, deve, scavare i tuoi occhi di gioia, allora dimmi dove trovare i tuoi frutti, le tue città lontane.
Ho imparato a parlare di me nella lingua del pianto e ho riparato ieri, senza di te, il cassetto delle posate in cucina: c’è ancora tempo, che ne dici, per un sillabario del cuore?


introrsum dolorem abde et contine, ne appareat
(Seneca, Dial. II, 5,5)



Citazione corsiva da Ieri di Agota Kristof, Einaudi 1997.

venerdì 23 ottobre 2015

Lettera II

Caro Calvino,
tutto si rivela nella sua composizione ultima, più piccola e più insignificante e guardare le stelle non è più così d’aiuto come un tempo quando l’immensa incommensurabilità ci lasciava sperare in un ordine, in un’idea di insieme.
Ho cercato te, ieri, negli occhi di chi, di lì a poco, mi avrebbe amato, nelle parole che mi avrebbero scritto: un viaggiatore sa dove fermarsi, dove sentirsi a casa – mi hai detto sorridendo e muovendo in quel modo buffo la penna a mezz’aria.
Ho visto il tuo treno partire anche stanotte, ho implorato la nebbia di farsi insonne malinconia nel cammino.
Le more di rovo in fondo alla strada sanno ancora di buono, ricordi?


D.

lunedì 19 ottobre 2015

Lettera I

Caro Pavese,
la bontà che nasce dalla stanchezza di soffrire è un orrore peggio che la sofferenza.
Ho parlato di te, ieri, come se avessi ricevuto già risposta alle tante domande che ti ho posto e che ho appuntato ai margini dei fogli, sui tuoi pensieri.
Sarà sempre più raro, sempre più difficile sentirsi amati, compresi, d’ora in poi?
Pensavi agli alberi rossi, in autunno, quando scrivevi del mondo interiore che si fa forte di noi, dell’amore che possiamo? Ridi di me, lo so, mentre davanti al camino scrivi di Silvia.
Quanto vorrei essere lei, preparare il caffè di corsa al mattino, uscire dalla vita di un uomo all'improvviso,
soltanto per non abbandonarla mai più.

D.



Citazione corsiva tratta da Il mestiere di vivere, 20 febbraio 1938

venerdì 25 settembre 2015

Hemos perdido aùn este crepùscolo

Sono inganni i pasticcini che abbiamo ordinato con il tè: l’eleganza affonda nello zucchero di una storia giunta adesso al termine – avevo, lo so, promesso di non essere quello che sono, di impegnarmi nel sorridere e di cantare con te.
Troppo spesso, con troppa leggerezza si parla di felicità, non credi?
La pasta di mandorle ci ricorda ancora Márquez, il nostro incontro, e i canditi un’illusione, abusata, di gioia duratura.
Una rosa secca sul mio cuscino, di quando abbiamo ballato Ellington fino al mattino, indica l’ora e l’attimo precisi in cui iniziare a respirare, lasciare la presa e scrivere di te.

venerdì 11 settembre 2015

Trasloco

Ritornano i fiumi, tra noi, a ricordarci dell’ellisse che abbiamo tracciato qualche notte fa con i nostri passi, le nostre diversità: ci innamoreremo mai, ti chiedo, dell’autunno là fuori?
I fiori lasciati appassire alla finestra contano i giorni della nostra resistenza – vivere si può, si deve, senza il fascino delle stelle, della loro vita così lontana da noi? – e l’incostanza rivela tra le ciglia il sole sulle soglie in una stanza ormai vuota.
Ancora la posta a cui rispondere, il caffè amaro, la luce tra le persiane: è una mattina di una domenica qualunque, polvere sui ricordi di una vita, il pensiero di te.



Citazione tratta da Corrado Govoni, Le cose che fanno la domenica.

giovedì 13 agosto 2015

Lettera X

Caro Poeta,
le piogge hanno guidato la nostra corsa in direzioni diverse, posso giurarlo.
Quella che ti scrivo è l’ultima carta rimasta: la scatola è vuota delle tue risposte (non aspetto più quella citazione, gli auguri e qualche scusa) ed io seguirò il suo consiglio: Tra una cosa e l’altra ci si può salvare e la miglior prova che valiamo qualcosa sta nell’aver fatto qualcosa per gli altri. Ci credi?
Lì dove vanno le cose non dette ci aspetterà il colore di un passato che non chiede altra luce e il suono di un desiderio mai ballato insieme: ti lascio una poesia (quanti gli uomini che scrivono meglio di me),
ti lascio.
D.


Bisognerà che qualcosa ne faccia comunque
di queste lettere.
Che le usi per venire da te o per allontanarmi.
Per essere qualcosa di tuo ma non esattamente
di quello che ti appartiene
(un luogo una casa un vestito).
No
voglio essere tutte le cose che desideravi
e non si sono avverate perché tu gli hai remato contro.

Mi spiace dirti una cattiveria così dolce
(dolcissima)
che giustamente
ti farà disperare.


Citazione corsiva dalla lettera di Cesare Pavese a Fernanda Pivano del 4 giugno 1943. 

Poesia di Roberto Amato, Il disegnatore di alberi, Elliot Edizioni 2009.

martedì 4 agosto 2015

Lettera IX

Caro P.,
riuscirai mai ad essere leale con me?
Le stagioni tengono in vita il rischio di una nostra possibile conversazione: le lettere soltanto possono ancora parlare di te, dell’avventatezza con cui ho scommesso sulla tua bellezza, sulla nostra complicità. Ma a restare è l’odore di sale sulla pelle, i libri di Fortini e della Carson (l’analisi si fa più sottile e insidiosa nelle pieghe di una nostra imperfetta possibilità narrativa) e il rimprovero per le mie ingenuità.
L’ultimo frammento di Carver risuona alto al tuo passaggio: quasi niente resta uguale a se stesso dopo l’amore, dopo la sua fine.

D.

E hai ottenuto quello che volevi da questa vita, nonostante tutto? 



martedì 28 luglio 2015

La vita dei bicchieri e delle stelle

La vita dei bicchieri e delle stelle
di Giuseppe Grattacaso
Campanotto Editore

Un desiderio di ordine e insieme di delicato scompiglio sembra potersi dire alla base della raccolta di Giuseppe Grattacaso: Non esiste modo di dare un senso al cielo inessenziale e sbilanciato, scrive l’autore, e contemporaneamente sembra forzare le sillabe nella direzione diametralmente opposta della sua sistemazione, della comprensione di un legame, di un ponte che faccia della quotidianità uno specchio, più o meno riconoscibile, di un quadro celeste più lontano e, non per questo, del tutto insondabile.
Il passo d’avvio per questa duplice indagine è un percorso che traccia confini, ripercorre i limiti del reale, dei gesti quotidiani per poi isolarne le forme e potersene servire come arma, scudo o semplice contraccolpo contro i suoni dell’universo: esplosioni, nascita e morte delle stelle, rotazioni costanti di corpi stellari.
Agiamo nello stretto di poche cose, si legge, ed in questa limitatezza l’autore cerca una traccia, una ruga, una imperfezione, uno screzio testimone della vita delle stelle, dei pianeti sopra di noi.
E poiché una catalogazione degli oggetti intorno – bicchieri, posate, sedie e poltrone – corre il rischio di confinarci nel mondo di ciò che non sappiamo, le poesie della raccolta ci guidano in modo centrifugo verso un mondo altro degli oggetti, girano intorno alle cose e ce le mostrano in una prospettiva che le renda vive di una profondità quotidiana, quasi avessero col tempo, con l’uso, rubato a noi un po’ di vita, un po’ di sentimenti. 
Un riparo per chi vive nella realtà delle cose tentando di conciliare gli spazi del cielo con quelli della casa e dell’anima, sembra essere nel tempo: Facciamo un poco meno, cosa importa / a tutti gli altri se facciamo meno, / ci alziamo un giorno, non partiamo in quarta, / ci stiracchiamo, ci guardiamo intorno / e quando sembra sia arrivato il tempo / per andare finalmente a spada tratta, / invece ancora un poco rallentiamo (…). Rallentare il tempo delle azioni, dei pensieri, ridurre all’osso le domande sull’universo lasciando che il solo guardare possa sbarazzarsi del superfluo e cogliere la “maglia rotta nella rete”, il pertugio privilegiato da cui guardare le cose mutare, evolversi o, semplicemente, esistere: Però che bello quando il mondo è fermo /immobile e granitico d’estate: / mortale fino a ieri, adesso eterno, / senza importanza appuntamenti e date leggiamo nella sezione finale, Quartine d’agosto, dove le stesse parole sembrano ridotte all’essenziale, epigrammatiche nelle loro intuizioni, immagini, potenzialità. 
Il tempo sospeso tra i riflessi del cristallo delle brocche, dei bicchieri nella credenza è il richiamo di una esistenza senza alcun confine nell’universo, di uno spazio e di un tempo più lontani che si toccano tra i bagliori di luce o tra le bave di vento nell’aria.
L’urgenza di una poetica dello sconfinamento che tuttavia resti sempre immanente, nell’al di qua delle cose, si fa in Giuseppe Grattacaso espressione piana e mai banale della bellezza di tutto ciò in cui è rintracciabile un inizio, una vita e, talvolta, una perdita irrimediabile: se nulla si crea, ma tutto non rimane, l’esplosione di una supernova ha quindi in scala su di noi la stessa incidenza, lo stesso effetto, di una tazza improvvisamente perduta, scheggiata dopo anni di quotidiano servizio tra le nostre mani, sulle nostre labbra.



Tanta bellezza e tanta disperata
materia si confonde e si consuma,
smarrita si protende su voragini,
precipizi di nebbia in cui vagare.
Se siamo stati stelle, polverosi
residui d’energia universale,
appiglio interstellare, carboncini
dispersi nello spazio in espansione,
chiediamo un buco dentro cui franare,
un imbuto nel cielo, un fondo nero
che ci ridoni la nostra parte eterna,
ci faccia ritornare vagabondi
proiettili sfiniti e senza scopo,
atomi di carbonio sfarfallanti,
di idrogeno d’azoto, finalmente
visioni di materia svaporata,
vita passata e dimenticata.
                     *
Beati si addormentano i cucchiai
ripensando alle bocche, ai caldi abbracci
timidi e sorseggianti, orizzontali
percorsi per le labbra prominenti,
la franchezza dei denti, giovinezza
del gesto d’equilibrio della mano,
il lento approccio verso il fiato umano,
la molle cerimonia della lingua
che attende abbandonata e consenziente.
Si distendono col capo reclinato,
rigidi e curvilinei, conservati
nell’ombra dei cassetti, tra i colleghi,
le forchette i coltelli, addormentati.

lunedì 20 luglio 2015

Raggio verde

Seguivo i cartelli e di lì a poco l’alba ci avrebbe portato sotto casa tua: considerazioni artistiche si fermano appena sulla soglia delle nostre omissioni – avevamo dimenticato di dirci del rischio, dell’incanto di scoprirci felici dopo un valzer tra le strade di Siena.
Prima che tu dica qualcosa (che arretra presto il lunedì mattina sotto il raso, le spille e i capelli sciolti): avevi l’estate negli occhi, ieri sera, e il ghiaccio nel cuore di Plutone ci tendeva le mani.
Il rosmarino sulla tomba di Calvino, ti scrivo, è oggi l’unico confine alla distrazione delle mie, tue maree.



il lunedì mattina sempre ci aspetta col suo spavento
eppure la felicità era così vicina così
possibile come un soffio di foglie che sfidi l’autunno.
Toti Scialoja, in Costellazioni


lunedì 22 giugno 2015

Lettera VIII

Caro P.,
hai contato le estati che ci uniscono? 
Il treno che costeggia il Tirreno mi porterà da Pavese in un attimo: le esplosioni nel cielo ci avvertono che è normale avere paura, essere cauti e continuare ad indagare le qualità umane come fossero indizi della nostra appartenenza.
I suoi anelli segnano, tre le mie dita, le promesse di una più lunga serenità: Dov’eri tu quando le stelle del mattino gioivano in coro? - mi ha letto appena svegli, versando il caffè.
Farà attenzione alla pioggia, ai fiori, ai solstizi del cuore.
Saremo amici, io e te, d’ora in poi?


Per l'altezze l'amai del suo dolore; 
perché tutto fu al mondo, e non mai scaltra, 
e tutto seppe, e non se stessa, amare.

giovedì 11 giugno 2015

Servabo

Lo stoicismo ha chiesto a noi armi troppo potenti contro il buio: la neve s’è portata via il freddo, la calma e le tue sciarpe (mettere ordine in casa, appendere i quadri, gettar via cartacce esige rassegnata ostinazione) e tu chissà dove sei.
Bugie con gli inchiostri, inganni, inadempienze. Come quando abbiamo abbandonato il corteo  perché gli scioperi pesavano così tanto sulle nostre mancanze e tu mi hai comprato dei fiori, ricordi?
L’abbiamo persa la nostra rivoluzione, la fiducia che si possa cambiare, nella vita, qualcosa: ho almeno lasciato una traccia, io, nel tuo cuore?

mercoledì 27 maggio 2015

Nonluogo

Studiavamo attenti l’implosione delle nostre aspirazioni e il loro esplicarsi nella mania degli oggetti: la casa che abiti avrà ancora il parquet e i libri in sequenza sulle scale?
L’arte informale, diceva, ridava azione, intenzione all’atto costitutivo della pittura: i sacchi di Burri, la foto di Erwitt in un bianco e nero della vita in cornice (avremmo seguito poi la luce sulle tegole, nei vicoli di Pistoia).
Creiamo luoghi, cerchiamo spazi, li arrediamo nell’ultimo tentativo di appartenenza dei ricordi.
I corpi abbracciati, avevi ragione, sono nomadi irrequieti che sognano, dopo l’amore, la felicità.

domenica 10 maggio 2015

Lettera VII

Caro P.,
hai ricevuto il mio regalo?
Ho seguito i tuoi consigli: ho continuato ad essere curiosa del mondo e parlo di te come del più grande ed eroico abbandono della nostra vita.
È la presenza, che nel momento del bisogno può decidere tutto, essere di sollievo per tutto, dare forza a tutto, diceva Carlo quella sera al caffè, ti ricordi? Ci ho ripensato giorni fa, sulla spiaggia di Cervia: centinaia di aquiloni si scontravano nel vento, il cielo sembrava non essere mai stato così vicino e tu tra colori d’aria e di sabbia, tu avresti corso tra i fili di cotone del drago che riuscivo a far volare.
Ti scrivo, adesso, da Còrdoba: potevo amarti: ti ho amato: (e che importa?):

D.




Riferimenti in corsivo: Lettera di Goethe alla Signora von Stein del 24 maggio 1776 ed Edoardo Sanguineti, in Cose, n.23.

domenica 19 aprile 2015

Lettera VI

Caro P.,
avremo mai più qualcosa da raccontarci? 
È arrivato il momento di partire. L’intuizione è limpida, dopo ore e ore di irrequietezza, dopo il sole color arancio tra i rami: la senti anche tu questa speranza?
Quante foglie non scritte, quanti destini persi in giardino (mi parlava della sua Heimat, dei suoi ideali e le dita giocavano nell’intreccio dell’erba).
Il vento tra i quaderni, un’armonica,  i tuoi capelli contro la mia tempia: scriverti addio in aereo ha lo stesso sapore delle nuvole che volano via.

D.



Corsivo: Franz Kafka, Lettere a Milena.

martedì 24 marzo 2015

Lettera V

Caro P.,
avremo mai sogni solo nostri?
I riflessi delle cose, quando il tempo non è che un’immagine mobile del sempre, mi hanno parlato di te: i minareti sullo sfondo, a guida delle veglie, indicano ancora il nostro oriente.
I mercati dell’alba, il miele tra le mandorle e le carezze, come silenzi di cumino e nocciole: tutto sembra segnare le strade della nostra appartenenza. E la gioia della tua fuga, l’orgoglio della tua sconfitta mi danno oggi la forza di scriverti, in ritardo, i miei proponimenti. 
Sono mesi, anni, che non ti amo.
Alcune cose, più forti di altre, annunciano primavera.

D.




lunedì 9 marzo 2015

Le Logge

Non sai dove vivo, non so dove vivi e con chi. Ma lo troviamo irrilevante, convinti come siamo che le unicità sfuggano, per proprietà intrinseche, alla mediocrità.
Ci siamo sbagliati ieri notte al caffè: le luci ingannano i sentimenti e le equazioni, si sa, tardano a svelarsi se a continuare è il gioco dei tuoi occhi sulle mie labbra.
"Le poesie sono come specchi in una stanza perfetta, per due come noi" hai detto: Leonard Cohen suonava al balcone e bevevamo ancora gin. Crederti era, in fondo, la sola cosa che volevo.

venerdì 6 marzo 2015

Lettera IV


Caro P.,
ieri sono stata al concerto di cui ti ho parlato, ho cucinato per la restante parte del giorno ed ho iniziato a ballare.
C’è libertà e rivoluzione nei tuoi sogni, mi hai scritto nella tua ultima lettera: gli abbandoni lasciano oggi un sapore di mandorle amare e penso a quanto sarebbe bello,  a volte, lasciare la presa, correre ancora e non avere più amore per te, o per Carver. Fa lo stesso. Chi è nato per creare racconti o poesie non s’accontenta di innamorarsi, giacché all’amore manca, per essere un’opera d’arte, la costruzione intellettuale autonoma. Dico bene?
Ho bisogno che tu abbia gli occhi aperti, che mi chiami stanotte e mi chiedi di smettere di farmi del male. Lo farai?


D.


Citazione corsiva: Lettera di C. Pavese a Fernanda Pivano, Gressoney, 30 agosto 1942.

lunedì 9 febbraio 2015

Lettera III

Caro P.,
ti senti sempre aggressivo nei miei confronti?
Non sono Circe, non sono Medea. Ma quanto lo vorrei. Da due giorni ho l’impressione di star meglio: bisogna rischiare paludi e pantani e avere fiducia che esistano anche terre su cui può crescere l’amore. 
Vivo in un modo strano, qui si dice «vivere di piatto» e sarebbe a dire evitando gli urti, o meglio, lasciandosi urtare senza conseguenze. Ma non durerà a lungo o durerà per sempre.
Esiste un gioco che sia davvero solitario? O uno che non lo sia mai? Sto leggendo Perec ed è tutto un lento rassegnarsi alla moltitudine, alla grandezza, alla perfezione. 
La aspetto anch’io, la felicità.

D.




Citazione corsiva: lettera di Bianca Garufi a Cesare Pavese del 30 Agosto 1945.

giovedì 29 gennaio 2015

Lettera II

Caro P.,
ho letto ieri Filò, in queste notti che il vento chiama e divora, e mi ha molto annoiata.
Quando ti rivedrò?
Ho pensato tanto a quello che ti ho detto, che non mi hai chiesto, durante le nostre chiacchierate e so ormai da tempo quanto poco tu sappia di me, dei miei umori, delle mie fantasie. Mi aggrappo a questi vuoti, oggi, quasi fossero soste obbligate per la mia indolenza, per il mio disprezzo (ho terminato l’articolo per il giornale, fatto il bucato e consegnato i documenti per la partenza). 
M’illudo ormai da troppo tempo di poterti raggiungere in queste finzioni in advenire: sarebbe stato eroico chiamarmi, usare il mio nome, amarlo persino. 
E non ti dirò di Seneca, della fine, della forza che ci chiede: ho l’impressione che non ci vedremo mai più.

D.


(Ispirazione: Lettera del 21 febbraio 1935 di Irma Brandeis ad Eugenio Montale)

sabato 17 gennaio 2015

Lettera I

Siena, 17 Gennaio 2015
Caro P.
sono arrivata da due giorni. Piove ancora e nel giardino della sala grande hanno tagliato durante le vacanze tutta la legna. Quando verrai a trovarmi?
Le tue ultime due lettere erano così piene di silenzio e di rabbia e di fuoco. Non mi è riuscito mai di ricordare di quale libro mi parlasti quella sera, al buio – la tua fronte era per me, allora, l’unico incanto , me lo invieresti?
Ho iniziato a leggere tante di quelle corrispondenze che forse, chissà, ti scriverò frasi d’amore non mie, senza saperlo. Ma tue da sempre, 
tua da sempre.
D.