venerdì 25 marzo 2011

Cavalli di Frisia.

Indossavi colori troppo accesi ed io forse non ero così triste.
Ci sono stata poi al mare, sai? Prima che perfezioni equinoziali ritardassero le nostre promesse, prima che il sole svelasse i riflessi delle tue inattitudini.
Storie diverse, vertigini di vento che confondono pareti di cartone e lucide assenze di un poi.
" Il gruppo non è così male " dici , " il bassista soprattutto..". (Solo io d'altronde non ho ancora finito la prima birra e tu taci . )
Indossavi colori troppo accesi : li credevo troppo poco adatti per un addio.

martedì 22 marzo 2011

"Viva Catullo" di Antonio Lillo.

La nuova raccolta di poesie di Antonio Lillo si confronta e si scontra con il tipico tema del neoterico Catullo: l’Amore.
Talvolta sono evidenti, talvolta nascosti i legami con il poeta latino ma pur sempre vivi tra le parole che, con disarmante schiettezza e allo stesso tempo con eleganza formale, raccontano del tempo quotidiano, delle bugie di terracotta, di cartoline mai spedite o mai lette, di quelle che Catullo avrebbe chiamato nugae, - cose di poco conto - .
E di cosa ha bisogno la sua poesia se non di particolari? Di segnali da rintracciare nei confini della tristezza per un amore finito, tra le strade di chi cambia sempre indirizzo, o sui fondi di una tazzina di caffè.  Del resto a farsi spazio tra i versi è il tempo della ricerca e dei pensieri che scivolano, inciampano e si fermano persino nel confine tra la bellezza e il fascino.
Crediamo così, nella lettura, alle sententiae di un innamorato che maledice il suo amore, che conta una ad una le rovine della sua storia e che malinconico si chiede : “ Riusciremo a lasciarlo un segno, pure stupido, di noi? “ . Ma a bastare e restare sono le linee di contorno dell’incipit di questa raccolta, la poesia Parola che altro non è che un testamento poetico in cui Antonio svela le coordinate lungo cui rintracciare la bellezza dell’amore: “ La perfezione dell’amore, c’insegnano i maestri / dura appena poche ore, il tempo / d’una parola suggerita unicamente dall’istinto  / di un accoppiamento, fa tremare. “.  
Seguendo percorsi di prosa o di versi si tratteggia pagina dopo pagina il lamento a solo di un poeta per la sua Musa, la sua Lesbia. Lontano dall’invettiva catulliana Lillo offre quanto di più prezioso possiede: la sua arte, il suo libellum come riscatto e rivincita verso un Amore che fugge, che starnutisce alle rime del poeta.
La dolceamara presenza al femminile, il destinatario taciuto della raccolta, si manifesta con un sms con dignità solo nelle prime pagine rivendicando l’assoluta irriducibilità di se stessi di fronte all’amato, all’amata. E forse è questa la sfida del poeta : trovare uno spiraglio, un barlume di speranza nella tristezza che smentisca il suo credere che “ una poesia è mortale, è un porto per anime sole. “; i chilometri raccontati da Lillo, le distanze, le stanze, i giardini diventano prospettive dalle quali osservare e farsi osservare in una solitudine solo apparente: sono la stufa , la lista della spesa, le auto, un computer e tanti altri oggetti a raccontare al poeta delle storie, sono loro a tenergli compagnia, a riscrivere l’Amore attraverso i ricordi. Un po’ come i gatti che sembrano far le fusa al pianto dell’amante.
Non c’è condanna nella rassegnazione di un addio, non c’è rabbia per la mancata luce di un sorriso, solo distrazioni perfettibili, conforti di parole non in rima e luoghi sempre nuovi e sempre buoni per amare.

giovedì 17 marzo 2011

Fuori porta.

Dimentico ormai le definizioni , i gradi di tangenza degli astri o le tue telefonate.
Sei  matta! - mi avresti detto -  I romanzi non sono guide di viaggio! Mentre sfogliavo i capitoli dall’indice come promemoria delle nostre destinazioni.
Chilometri  di strada in tangenziale, “il Bacio del leone” di Moira Orfei , stormi lontani ed ulivi, magrissimi, potati all’in giù.

giovedì 10 marzo 2011

Critica formalista.

Contare ancora i luoghi, i vuoti delle parole sui tuoi seni.
Poesie di polvere tra le dita, sui tetti ancora spenti delle sei, del tuo tè freddo al limone.
Hai scordato il caffè- mi dice -  e dell'ascensore fuori uso.
Dove sono allora i margini? Dove i segni solo nostri del fiato? Che resista ancora l'inverno e la neve, che resista il silenzio sulla pelle sulle mani. 
Ti basti il poco - ti dico - che chiamerò non abbastanza, la letterarietà di uno scontrino, di un biglietto non ancora obliterato.